sto sempre nel guscio di un frutto acerbo









sto sempre nel guscio d’un frutto acerbo
stretto alla politica celeste di mera sopravvivenza
cercatore di parole accalappiate a fisime e metafore
prima dei lunghi pasti della notte (il riposo)
ho un certificato di buona condotta
incensurato per una buona catena di peccati
sfrattato dall’ingresso dell’Eden
perché d’insufficiente costanza per il bagarino
mio Dio m’inginocchia quest’assenza
dell'inafferrabile emozione chiamata amore
che con costante frequenza io rincorro
come un cane poliziotto i fuggiaschi

sto sempre nel guscio di un frutto acerbo
invogliato dalla natura terreno dell’io a soffrire
per tenere sulla corda dell’ego il patema
legato ai miei sensazionali deliri
e voglio non vorrei che nei silenzi
ci fosse una voce calda a gridarmi il nome
perché di questo corpo stampato in ossa resti voglia
la stessa che spingere poteva lo spirito avanti


sto sempre nel guscio di un frutto acerbo
sottoaffittuario del verme della follia
incastrato dalla polvere della vendetta
a servire con paziente idillio i miei nemici
sono e non sono quel che dico
il mio dire segue dell’eccezione i fantasmi
che lo spirito accoglie in memoria
dove non arriva sempre morte
e dirigo del traffico celeste ogni stella
come un buon negoziatore la mercanzia
di cui ricco spinge in solitudine il destino
sopra navi che diventano libere coi venti

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